You (still) have to exercise rebellion - 50 anni dopo

You (still) have to exercise rebellion - 50 anni dopo

Il 7 agosto del 1974 alle 7.15 del mattino, il funambolo francese Philippe Petit percorse per 8 volte, avanti e indietro, gli oltre 40 metri che distanziavano le Torri Gemelle. Una passeggiata sospesa a 417.5 metri da terra, su un cavo messo lì illegalmente, spesso meno di 3 cm e senza alcun sistema di sicurezza, solo con un’asta per l’equilibrio.
Su quel cavo Petit, cammina, si sdraia, si inginocchia a salutare gli spettatori increduli con il naso all’insù e sorride ai poliziotti che lo attendono su una delle torri.

Al termine della passeggiata, Petit fu arrestato e a quei poliziotti disse: “quando vedo tre arance, faccio il giocoliere, quando vedo due torri, ho voglia di passare da una all’altra”

Articolo New York Times, 8 agosto 1974

Come nacque l’idea

Facciamo un salto indietro di qualche buon decennio e torniamo al 1968.

Il nostro Philippe ha appena 17 anni ed è seduto in una squallida sala d’attesa (“una di quelle senza colori”) di un dentista francese.
Ha un dente cariato e cerca di distrarsi dal dolore sfogliando i giornali che trovano spesso rifugio in questi ambienti. La sua attenzione è improvvisamente attratta da una notizia: a New York, più precisamente a Manhattan, stanno costruendo quelle che diventeranno le due torri più alte al mondo, le Twin Towers. Il progetto non è ancora avviato, non si sa ancora quando finirà la costruzione delle torri ma Philippe riconosce nel disegno del progetto appena abbozzato nell’articolo, il segno tangibile dell’inizio di un sogno.
Il mal di denti viene dimenticato in un attimo, adesso l’unica cosa importante è riuscire a portar via quella pagina di giornale dallo studio del dentista, possibilmente senza fare brutte figure: un finto colpo di starnuto per coprire lo strappo della pagina di giornale e poi via! fuori dalla sala d’attesa, fuori dallo studio.

Lui stesso dichiarerà più avanti ricordando questa vicenda:

” […] certo, ho avuto il mal di denti per una settimana, ma cosa è il dolore in confronto alla realizzazione di un sogno?”
(Man on wire. Un uomo tra le torri -  2008, James Marsh)1

E così, per i successivi sei anni, Philippe Petit studia la costruzione delle Torri Gemelle, inizia a tenere sotto controllo il clima di New York, in particolare le condizioni di vento e si prepara atleticamente con il Cirque de Montmartre, dove incontra Rudy Omankowsky, acrobata ceco che si rivela cruciale per il miglioramento delle abilità del nostro funambolo.

Nel 1973 si sposterà a New York con l’intento di trasformare il suo sogno in realtà. 

Photo: WTC Koldrix

A dream coming true

Philippe progettava le sue imprese funamboliche come eventi illegali, senza alcuna autorizzazione: nessuna pubblicità o rivendicazione artistica prima o dopo la loro realizzazione. Solo tanto studio e progettazione.
Tra le varie performance realizzate, due in particolare assumono un pò il sapore di anteprima, di preparazione alla sfida più grande che avverrà a New York:
la prima, nel 1971 a Parigi, quando decide di camminare tra i due campanili della cattedrale di Notre Dame, a sessantotto metri di altezza e senza alcun dispositivo di sicurezza, (una volta sceso dal cavo, la polizia lo arrestò anche qui).

AP Photo/Str/Cardenas
Screenshot from Man on Wire, 2008

La seconda, in Australia nel 1973, camminando tra i piloni dell’Harbor Bridge di Sidney a centinaia di metri sopra il mare su un cavo quasi invisibile. Ovviamente è l’impresa realizzata a New York a regalare a Petit la fama mondiale.

Photo: jRicketson

Torniamo al 1973, l’anno in cui Petit si sposta nella Grande Mela per iniziare a preparare dettagliatamente la sua impresa.

Philippe non tralascia nulla, forma un piccolo team di collaboratori e lavora in segretezza per realizzare il suo progetto. Mesi prima della performance e mentre le torri sono ancora in costruzione, Petit inizia a portare in cima tutta l’attrezzatura tecnica necessaria e lo fa eludendo la sicurezza con documenti falsi e travestimenti vari: i suoi collaboratori si vestono spesso da elettricisti e lui si spaccia per un architetto che avrebbe dovuto intervistare gli operai a lavoro.

Portare tutta l’attrezzatura, prepararsi al posizionamento del cavo per la performance fu un lavoro faticoso e non privo di intoppi. Ma uniti dall’intento di assicurarsi che ogni dettaglio fosse realizzato alla perfezione e con il sogno di vedere questo uomo camminare tra le nuvole, il team di Petit riuscì a completare il lavoro nel giro di qualche mese.
Il meticoloso lavoro di preparazione si conclude il 6 agosto del 1974, la notte prima della performance, quando un membro del team, con un tiro di freccia (!), lanciò una corda nel vuoto tra le due torri. La corda serviva a tirare un filo sottile utile a posizionare il cavo pesante per l’evento.

La mattina successiva, verso le 7.15 Philippe era già sul cavo e ci sarebbe rimasto per circa quarantacinque minuti, camminando avanti e indietro per otto volte. A 418 metri circa da terra. Tra le nuvole, con la sua asta e nient’altro, neanche un sistema di sicurezza.
Come scrivevo all’inizio di questa pagina, Petit non si limita a camminare. Su quel cavo si sdraia, si inginocchia e saluta gli spettatori meravigliati che intanto stanno diventando sempre più numerosi.
Tra loro, con la testa rivolta verso l’alto a guardare la sagoma di un uomo che cammina sospeso tra le Twin Towers, ci sono anche i poliziotti e alcuni di essi salgono ad attendere Petit in cima alla torre.

Photo: Jean-Louis-BlondeauPolariseyevine
AP Photo

Al termine della sua straordinaria passeggiata, Philippe Petit fu arrestato, ma il giudice, colpito dalla risonanza mediatica e dalla bellezza dell'impresa, decise di non procedere con le accuse, proponendogli invece di esibirsi gratuitamente per i bambini a Central Park, un invito che Petit accettò con entusiasmo.
La sua storia d'amore con il World Trade Center, però, non finì lì: in segno di riconoscimento, gli fu concesso un pass a vita per l'Osservatorio del WTC.

Quella sua audace impresa rimarrà irripetibile, non solo per il coraggio e l'unicità dell'atto, ma anche perché, tragicamente, le torri stesse non esistono più, cadute durante i tragici eventi dell'11 settembre 2001.

Lifetime Admission Pass per Philippe Petit per il World Trade Center Observaotry Deck

L’incredibile impresa di Petit rimarrà quindi nella storia di New York (e non solo) come una delle performance artistiche pubbliche più sorprendenti e leggendarie mai realizzate.
Un poetico atto di ribellione che trova la sua espressione attraverso l’arte. 

Photo: WTX Koldrix

L’arte come forma di ribellione

Petit, durante un’intervista a Le Figaro, affermò: “essere un funambolo non è un mestiere, è un modo di vivere. Una traversata sul filo è una metafora della vita: c’è un inizio, una fine, un progresso, e se si fa un passo di lato, si muore. Il funambolo avvicina le cose destinate a restare lontane, è la sua dimensione mistica».2

avvicina le cose destinate a restare lontane”… un’affermazione bellissima per definire il ruolo che l’arte può assumere:

l'arte come ribellione non è mai solo un atto di sfida, ma è soprattutto un atto di creazione. È il rifiuto di accettare il mondo così com'è, la scelta di immaginare e di plasmare un'alternativa, anche solo per un istante. In un'epoca in cui le distanze—fisiche, emotive, culturali—sembrano crescere, l'arte ci ricorda che possiamo avvicinare ciò che è destinato a restare lontano. Possiamo creare ponti, non solo tra luoghi e oggetti ma anche tra le persone, le idee e le emozioni.

L’arte come mezzo per eliminare le distanze e come ribellione che non ha bisogno di violenza, ma di meraviglia e sogno per lasciare un segno nel mondo. L'arte possiede un potere trasformativo: abbatte le barriere, mette in discussione le convenzioni, e restituisce vita e significato a ciò che è stato appiattito dall'omologazione. Petite stesso dirà del suo essere funambolo:

” Per me sembra così semplice che la vita debba essere vissuta sul filo. Devi esercitare la ribellione, rifiutare di conformarsi alle regole, rifiutare il proprio successo, rifiutare di ripetersi, vedere ogni giorno, ogni anno, ogni idea come una reale sfida. Così, vivremo la nostra vita sul filo sottile”3

L’illustrazione

Nella versione originale di questa affermazione, trova spazio la frase che ha ispirato una delle prime grafiche che ho realizzato per Small Axe: “You have to exercise rebellion”.
L’illustrazione, riporta in modo più o meno fedele, il disegno che lo stesso Philippe abbozzò per spiegare ai suoi collaboratori, il piano che aveva in testa.

La scelta stilistica, minimalista, bianco su nero, non solo riflette l'audacia della celebre impresa di Petit, ma simboleggia anche il concetto di ribellione artistica: un atto di sfida, semplice e brillante, che si staglia contro il fondo scuro della convenzione. Un omaggio al coraggio e alla visione di Petit, ma anche un simbolo della potenza trasformativa dell'arte in tutte le sue forme:

così come Philippe camminava sul filo a 400 metri di altezza, sfidando le leggi della fisica e le regole imposte, ogni artista che sceglie di creare, di esprimersi senza compromessi, esercita la propria forma di ribellione.

In questo contesto, l'arte diventa molto più di una semplice rappresentazione estetica. Diventa un atto di resistenza, una dichiarazione d'intenti, un manifesto personale e politico. Attraverso la creazione artistica, si disegna un nuovo modo di vivere, un modo che sfida gli stereotipi, che si ribella ai ruoli prestabiliti e che immagina una realtà alternativa, dove sogno e meraviglia prevalgono sulla mediocrità e sull'oppressione.

You have to exercise rebellion, è un invito a vivere la vita "sul filo" come diceva Petit, a non accontentarsi, a cercare sempre qualcosa di più.

 

 


Note articolo

La maggior parte delle parole di Petit presenti nell'articolo, sono state estrapolate dalle interviste e dai racconti contenuti in "Man on Wire - Un uomo tra le Torri", un documentario anglo-statunitense del 2008 diretto da James Marsh, che ha vinto il premio Oscar come Miglior Documentario del 2009. Le imprese di Philippe Petit hanno ispirato anche un film diretto da Robert Zemeckis, The Walk del 2015. In realtà, sarebbe la terza pellicola dedicata al funambolo francese se consideriamo in questo piccolo elenco anche il cortometraggio realizzato da Sandi Sissel nel 1984, dal titolo High Wire. Una piccola curiosità, in occasione dell'uscita della versione italiana del film di Zemeckis, in Italia è stato ripubblicato anche il libro Toccare le nuvole fra le Twin Towers. I miei ricordi di funambolo (To Reach the Clouds), scritto dallo stesso Petit nel 2002.

1. Il racconto di Petit nel documentario Man on Wire: My story is a fairy tale. Here I am, young, 17-years-old, with a bad tooth in one of those uncolorful waiting room of a French dentist.…[A]nd, suddenly, I freeze because I have opened a newspaper at a page and I see something magnificent, something that inspires me. I see two towers and the article says one day those towers will be built. They're not even there yet. And when they are, they will become the highest in the world. Now, I need to have that, this little tangible start of my dream, but everybody's watching, but I need that page. And so what I do is under the cover of sneeze, I tear a page, put it under my jacket, and go out. Now, of course I would have a toothache for a week. But what's the pain in comparison that now I have acquired my dream?

2. Link all'intervista nel sito de Le Figaro: https://www.lefigaro.fr/cinema/2008/10/06/03002-20081006ARTFIG00358-philippe-petit-un-funambule-entre-deux-tours-.php

3. La parole di Petit nel documentario Man on Wire: To me, it's, it's really, it's so simple, that life should be lived on the edge of life. You have to exercise rebellion, to refuse to tape yourself to rules, to refuse your own success, to refuse to repeat yourself, to see every day, every year, every, every idea as a, as a true challenge, and then you are going to live your life on a tightrope

 

 

 

 

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